Salute e sicurezza non sono oggetto di trattativa

di Daniela Boschi

Compagne e compagni, voglio fare con voi una riflessione sul tema delle pressioni commerciali e dell’aumento salariale che si punta a raggiungere nella partita del rinnovo del CCNL ABI.

Negli ultimi anni molte delle nostre aziende (in crisi o no, in risanamento o no) hanno fatto tagli al salario diretto e a quello differito, facendo della riduzione dei costi del personale.

Ma -attenzione- senza quasi toccare le retribuzioni del top management e le enormi partite di bilancio relative alle consulenze, una delle poche iniziative per il recupero della redditività. In alcune banche, nonostante il taglio del salario, sono state richieste migliaia e migliaia di giornate di solidarietà volontaria, giornate di astensione dal lavoro senza retribuzione. 

I nostri colleghi al lavoro non stanno bene. 

Girando nelle filiali nel mese di dicembre e parlando, tra l’altro, del rinnovo del CCNL, nessuno mi ha chiesto notizie sull’aumento salariale ma tutti mi hanno chiesto di lavorare per arginare le pressioni commerciali indebite, che portano a quelle situazioni di stress lavoro-correlato che bene sono emerse dal questionario di Pisa ed i cui risultati, essendo validati scientificamente, possono essere ribaltati in tutte le realtà toscane (e, secondo me, in tutte le realtà del nostro Paese).

Ricordo solo qualche dato: l’82% dei lavoratori bancari è stressato, l’84% a disagio nel collocare prodotti a budget, il 63% ritiene che le richieste dell’azienda siano in conflitto con quanto è considerato moralmente giusto, con buona pace di Vincenzo Imperatore quando dice che l’unica domanda che i bancari si fanno è se sia possibile, all’interno delle regole date, fregare il sistema e quindi il cliente. D’altro canto è molto allettante fare una battaglia sull’aumento salariale.

Se l’aumento salariale vuole essere risarcitorio dei sacrifici sostenuti in passato dalle lavoratrici e dai lavoratori, come ci ha raccontato ieri il compagno della segreteria, non può però  esserlo del malessere lavorativo. 

La salute non è un diritto su cui si può trattare, bensì un diritto costituzionale dell’individuo nonché interesse della collettività.

(estratto dall’intervento al CDN FISAC del 17/18.01.2019)